arredamento tibetano

I tappeti tibetani

La cultura e la posizione geografica del Tibet hanno sempre affascinato il viaggiatore e l'uomo di cultura; qui è il buddismo che si riflette nella vita e nell'arte.

Un'arte fatta di rappresentazioni ricche di colori, tessuti, sculture e oggetti che provengono quasi tutti da monasteri e da case signorili. Gli intagli e decori costituivano un'offerta al Budda, perchè la bellezza predisponeva positivamente lo spirito di chi si recava in preghiera.
Questo intreccio fra vita sociale e religiosa fa dell'artigianato tibetano uno stile molto particolare nell'ambito dell'arredamento orientale.

L'uso del tappeto, in origine, si deve all'uso del cavallo come mezzo di trasposto. Un tappetino si metteva fra la sella e la schiena del cavallo, mentre uno più grande, in genere 130x60 cm, costituiva la seduta del cavaliere e pendeva lungo i fianchi del cavallo.

In Tibet il tappeto era già diffuso nell'11° secolo ed era fondamentale in tutti gli aspetti della vita sociale del Paese, tanto che, in occasione di feste familiari o matrimoni, chi non ne aveva a sufficienza li affittava.

I simboli tradizionali che vi sono raffigurati sono il drago, che rappresenta l’imperatore, la fenice che rappresenta l’imperatrice e il pipistrello, considerato un uccello di buon auspicio. Ovviamente sono presenti anche simboli buddisti e taoisti, quali scacchi, libri, strumenti musicali e materiali per la pittura, che denotano la persona colta, e anche fiori ed uccelli.

Tutto l'artigianato tibetano è un'arte essenzialmente religiosa e visiva. Il tappeto (khaden) costituisce l'elemento basilare dell'arredo, mentre l'armadio (cha gam) funzionava da contenitore per quel poco che si aveva.

Il nodo tibetano

I tappeti tibetani sono annodati ad hoc, in base a colui che li riceve o all'evento in cui saranno usati. Colori, minimi dettagli e disegni non sono mai scelti a caso, ma indicano precisamente ora la sacralità ora il rango sociale o un evento particolare.

Gli autentici khaden tibetani sono annodati con una tecnica speciale, detta appunto "nodo tibetano", formato da due fili di trama per ogni fila di nodi, che li rende facilmente distinguibili dalle imitazioni cinesi, specie osservandoli sul rovescio.

il nodo non è molto fitto ma assai resistente. I materiali impiegati, in particolare lo spessore del vello e la densità dei nodi, denotano la qualità di un tappeto, oltre ovviamente alla sua valenza artistica. Nel corso del 20° secolo la lana fu sostituita dal cotone per quanto riguarda l'armatura dei tappeti, e le tinte naturali vegetali da quelle sintetiche all'anilina, più economiche, che però tendono a far perdere le sfumature.

I tappeti tibetani hanno nome e forma diversi a seconda dell'uso: cuscini (jangbye), schienali (thigyabyo), da seduta per Alti Lama (gomden), personali (khaden e nyeden) e così via. Un tipo particolare di tappeto, kyongring o kyongden, era destinato alle lunghe e strette panche dei monaci, ed era decorato con quadrati di circa 60 cm. per indicare la seduta.
Altri ancora avevano solo funzione deccorativa nelle dimore più importanti, come copricolonna o sulle porte.